Legge elettorale: torniamo all'antico?
13 AGO 20

Egregio sig. Pasquini, se non ho capito male, Lei auspica un ritorno al vecchio sistema, quello del pluripartitismo. Insomma, in qualche maniera dovremmo tornare a quel sistema in cui i programmi dei partiti sono una specie di calza della befana in cui tutti inseriscono più o meno le stesse promesse: libertà, uguaglianza, giustizia sociale, progresso e via dicendo: insomma, il paradiso in terra. Infatti possono promettere questo, e altro, senza impegno e senza pericolo. Quando a una elezione concorrono molti partiti, nessuno vince; e quindi nessuno è obbligato, nemmeno moralmente, a dare esecuzione al proprio programma. Il programma vero lo si fa dopo, a elezioni avvenute. Lo si fa alle spalle e non davanti agli elettori. Lo si fa trattando le intese che portano alla formazione di un governo. Se il sistema spinge ad avere pochi partiti, l’elezione diventa decisiva e interessante, e i programmi elettorali divengono vincolanti per gli eletti. Nelle maggiori e più antiche democrazie (Inghilterra e Stati Uniti) ci sono due o tre opzioni che si confrontano e non mi sembra che da loro ci sia un difetto di democrazia, anzi. Lei mi potrà dire: ma noi siamo diversi, noi siamo quelli dei cento campanili. Ed io le rispondo: gli USA sono quelli dei diecimila campanili, costruiti da etnie, lingue, provenienze le più diverse; e il sistema funziona da 200 anni e più. Bisogna avere pazienza ed aspettare che un sistema si consolidi, senza trovarsi ogni tre per due al punto di partenza.